Statua dell’Immacolata

Gaspare Mastro, processione dell’Immacolata

Giuseppe Picano                           

(Napoli, doc. 1767-1825)

Immacolata, 1783

Legno scolpito, dipinto e dorato, occhi di vetro;

cm. 175

Grottaglie (TA)

Oratorio della Confraternita del SS. Sacramento.

 

La paternità dell’opera è stata assegnata allo scultore napoletano Giuseppe Picano, a seguito del rinvenimento di un documento pubblicato dalla Pasculli Ferrara nel catalogo della mostra “Confraternite, arte e devozione in Puglia del Quattrocento al Settecento”.

La fonte rivela che la statua dell’Immacolata Concezione del Sacramento, mediante il principe di Cursi, duca di Grottaglie, al noto artista della statuaria lignea napoletana.

Giuseppe Picano, allievo del Sanmartino, evidenzia talento e sensibilità nelle sculture sacre, eseguite a Napoli: si segnalano S. Giuseppe col Bambino del 1771 nella Chiesa di S. Agostino alla Zecca e le sculture in marmo e stucco del 1781 nell’Annunziata.

Nel pregevole  modellato dell’Immacolata di Grottaglie, scolpito in sintonia con le teorie artistiche rococò, l’artista esplicita note di palpitante bellezza e arcadica grazia: l’Immacolata, avvolta da un ampio mantello svolazzante, è rappresentata su una nuvola con due teste di cherubini alati, mentre calpesta con il piede sinistro il serpente e la falce di luna.

Il recente restauro ha riscoperto l’elegante policromia e la raffinata decorazione rococò della veste e del drappo sulla testa; l’ideazione del ricco decoro vegetale e floreale, finemente stilizzato, intrecciato a fasce e nastri d’oro e d’argento, riscontra una conoscenza dell’arte serica napoletana, in particolare dei leziosi broccati coevi.

La composizione ariosa propone tendenze in linea con il linguaggio pittorico del De Mura, miste ad interpretazioni dei moduli dell’arte sanmartiana.

Canti popolari

Immagine di repertorio

Associazione culturale: “Il canzoniere popolare grottagliese”.
 PENZU, RICORDU, CANTU…
Antologia analitica di canti della tradizione popolare grottagliese e jonico-salentina.
Il Canzoniere popolare grottagliese è diretto dal maestro Salvatore Abatematteo. Nasce nel 1988 e ad oggi ha realizzato innumerevoli spettacoli, in particolare concerti del suo vasto repertorio di brani popolari, sia in tournée sia in manifestazioni promosse e/o indette da Enti ed Associazioni pubbliche e private, in ambito locale e nazionale. Il gruppo è composto, tra l’altro, da cantanti e musicisti aventi una già collaudata esperienza nel campo della musica popolare, maturata in decenni di lavoro serio ed approfondito. Salvatore Abatematteo ha curato la trascrizione, gli arrangiamenti e l’armonizzazione vocale- strumentale di tutti i brani del repertorio. Ha compiuto i suoi studi musicali al Conservatorio di Bari: si è diplomato in Canto Artistico e in Canto Didattico seguendo i corsi della professoressa Rosa Pazienza. Ha conseguito i diplomi di “Musica Corale e Direzione di Coro” e di”Composizione”sotto la guida dei maestri A. Renzi, A. Di Martino, R. Gervasio e N. Rota.
Ha seguito poi, ottenendo eccellenti valutazioni, corsi di perfezionamento tenuti da musicisti e insegnanti del calibro di F. Donatoni, C. Berberian, D. Guaccero, R. Maraglino Mori e Mino Bordignon. Insegna Educazione Musicale presso l’Istituto Magistrale Vittorino da Feltre di Taranto, dove tra l’altro, da 25 anni ne dirige il Coro.
Il gruppo nasce nel 1988 con la costituzione della Cooperativa Culturale “Il Canzoniere Popolare Grottagliese”. Il suo primo nucleo è composto da cantanti e musicisti, alcuni dei quali provengono dal “Piccolo Teatro di Grottaglie”, aventi una già collaudata esperienza nel campo della “musica popolare”. Per citare alcune delle esperienze vissute da questi ricordiamo lo spettacolo tenuto in occasione del XV Convegno della Magna Grecia nel 1975 a Taranto; i concerti seguiti nel corso delle edizioni 1977-1978 del “Festival della Valle d’Itria” a Martina Franca (TA); la partecipazione al “Settembre Culturale” di Sesto Fiorentino (FI) nel 1977; il “Palio della Svolta” di Figline val d’Arno (FI) nel 1994, in occasione del quale il gruppo rappresentò la Puglia nella tradizione musicale folcloristica; nel novembre 1996, nel corso di una puntata del programma televisivo di Canale 5 “Paese che vai”, girata a Grottaglie, il Canzoniere fu invitato a rappresentare con alcuni brani la tradizione musicale popolare grottagliese. Sono questi decenni di svariate ed eterogenee esperienze che si fondono sotto la sapiente guida del maestro Salvatore Abatematteo, per far tornare “a nuova vita” una raccolta di canti popolari. La raccolta, che comprende una quarantina di canti, otre che molte poesie, stornelli e “cunti” (racconti di varia natura e dimensione), è frutto della ricerca, durata quasi un’intera vita, del grottagliese Emanuele Esposito, di professione viticultore e ceramista e per passione, grande cultore ed instancabile ricercatore delle tradizioni popolari della nostra terra. Questi decide di mettere la raccolta nelle mani di Salvatore Abatematteo, che conosce dall’adolescenza e del quale apprezza la serietà e l’onestà intellettuale, oltre che le qualità artistiche e professionali nel campo della musica.
Tra i canti della raccolta ricordiamo: “Innu alla Matonna tì lu Carmnu” (Inno alla Madonna del Carmine), “La Notti ti Natali” (La Notte di Natale), “Munachella” (Monachella), “Panarino” (Cestino), “Polici” (La Pulce), “Mieru” (Vino), “Tiscitativi Vagnuni” (Svegliatevi Ragazzi). 
 
 
LA NOTTI TI NATALI                                                          LA NOTTE DI NATALE              
 
Ué la notti ti Natali                                                                     La notte di Natale
È la festa ca cchijù ni vali                                                          è la festa che ha più valore
Ca nascìu nostru Signore                                                           perché nacque nostro Signore
Int’a ‘na povira manciatora                                                        in una povera mangiatoia.
 
Stava ddà n’asiniéddu,                                                               Stava là un asinello,
San Ciséppu lu vécchjriéddu                                                     San Giuseppe il vecchierello 
e pi ‘lu friddu ca facea                                                               e per il freddo che faceva
Maria a lu còri si Lu strincea.                                                    Maria al cuore se lo stringeva.
 
San Ciséppu tinea la fassa,                                                         San Giuseppe manteneva la fascia
la Madonna lu spraniu e Lu ‘nfassa                                           la Madonna il panno e Lo fascia
e no’ tinea ccummitora                                                               e non avendo dove poggiarlo                                                           
e Lu curcò int’ la manciatora.                                                    Lo coricò nelle mangiatoia
 
Iu m’acchjeu a dda via:                                                              Io mi trovai in quel luogo
“Cé Ti tò mamminu mia?                                                           “Che Ti do Bambino mio?
Tegnu ‘nu còri ‘ntrapulatu                                                          Tengo un cuore intrappolato
Tuttu chjnu ti piccatu”.                                                               Tutto pieno di peccati”.
 
Mò ca l’Ancili t’lu ciélu                                                             Ora che gli Angeli del cielo
Ni ticera lu mistéru:                                                                    ci svelano il mistero:
ca sobb’ la terra era natu                                                             sulla terra era nato
lu Fuggju ti Quiru ca nn’ha criatu.                                             il Figlio di Colui che ci ha creati.
 
Mamminiéddu santu e toci                                                         Bambinello Santo e dolce
T’agghju nnuttu quattro nuci                                                      Ti ho portato quattro noci
E ti li cazzi e ti li manci                                                              e le schiacci e le mangi
T’accussi Signurìa no’ chjanci.                                                  così Tu (Signore) non piangi.
 
Mamminiéddu toci e amatu                                                        Bambinello dolce e amato
T’agghiu nnuttu ‘na picciddata                                                   Ti ho portato un pezzo di pane
E ti li manci Signurìa                                                                  e lo mangi, o Signore
Cu Ciséppu e Maria.                                                                   con Giuseppe e Maria
 
Mamminiéddu tré voti Santu                                                      Bambinello tre volte Santo
Figghju a Ddeu e a llu Spiritu Santu,                                          Figlio di Dio e dello Spirito Santo,
Nna grazia Ti cerca lu còri mia                                                  una grazia Ti chiede il cuore mio
Cu Ti ricuerdi a ll’ultima tìa.                                                      che Ti ricordi (di me) nell’ultimo giorno.
 
Mamminiéddu Tu n’è amari                                                      Bambinello Tu ci devi amare
T’li puriéddi no t’n’è scirrai                                                       dei poveri non Ti devi scordare
Ca simu tutti com’a Tia                                                              perché siamo tutti come Te
‘bannunati mienz’a lla via.                                                         abbandonati in mezzo alla strada.
 
 
 
 
MIERU                                                                                      VINO
 
Miéru, miéru, miéru lla lla,                                                         Vino, vino, vino la la
Quist’è llu miéru ca faci cantà                                                    questo è il vino che fa cantare.
 
Quanta bicchieri ti miéru mi bbevu                                            Quanti bicchieri di vino bevo
Tanta pinziéri ti n’capu mi llevu.                                               Tanti pensieri dalla testa mi levo.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Tammi lu srulu e no’ llu bbicchieri,                                           Dammi la brocca e non il bicchiere 
Svaca pinziéri, svaca pinziéri.                                                    Cancella i pensieri, cancella i pensieri.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Nasci e cresci sobb’lu cipponi                                                    Nasce e cresce sul ceppo di vite
T’lu paramiéntu a llu capasoni.                                                  Dal palmento alla giara.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Ci a ggiuvintù mi tava fortezza                                                  Se in gioventù mi dava vigore
Mò ca so vécchju mi tè allecrezza.                                             Ora che sono vecchio mi dà allegria.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
L’òmu ti miéru quanta camina                                                   L’uomo di “vino” quando cammina
‘nca t’la gghjésia vé a lla cantina.                                              Invece che in chiesa va alla cantina.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Cu’ paisani e cu’ furastieri                                                         Con paesani e forestieri
È méggju lu miéru ti la muggjéri.                                              È meglio il vino della moglie.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
‘nfign’a ca campu cu’ me t’è stai,                                              Finché vivo con me devi stare,
allécr’ allécru tu m’è purtai.                                                       Allegro allegro mi devi accompagnare.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
 
 
MUNACHELLA                                                     MONACHELLA
La mamma munachella mi vòsi fari                         La mamma monachella mi volle fare
Cumpìti no’l’avea li quindici anni.                           compiuti non avevo quindici anni.
 
La prima nòtti ca turmìu ‘ncunvéntu                        La prima notte che dormii in convento
Venni l’amori mia cu’la catarra.                               venne il mio amore con la chitarra.
 
S’affaccia la patessa t’la finestra:                              S’affaccia la badessa dalla finestra:
“Ci è stu cani can latra qua fori                                 “Chi è questo cane che latra qui fuori?”
 
lassa patessa mea, lassa cantari                                Lascia badessa mia, lascialo cantare
Ch’è lu primu amòri e no’ si pò scurdari.                 Perché è il primo amore e non lo posso dimenticare.
 
Lu còri pozza scuri’a ci munaca mi feci                   Che il cuore di chi mi fece suora si possa spegnere
Comu scurìu la lampada a Santa Chiara                   così come si spense la lampada di Santa Chiara

Palazzi

Immagine di Google, palazzo De Felice

PALAZZO COMETA

Con impianto a sviluppo sincronico, facciata pentacellulare e un elegante giardino padronale nella corte interna, è Palazzo Cometa (anticamente Maggiulli ) databile con precisione al 1603.

 

PALAZZO ETTORRE

Edificio che nasce da un raddoppiamento del corpo preesistente.

 

PALAZZO ORLANDO

Nella piazza principale (Regina Margherita) vi è Palazzo Orlando, databile a prima del 1646 grazie al ritrovamento dello stemma su di una parete appartenente ad un ampliamento di tale periodo. L’impianto di tale costruzione ricalca la logica dei palazzi dell’epoca: al piano terra erano localizzati i depositi e le stalle, raggiungibili direttamente dall’abitazione signorile, sempre posta al primo piano, nell’appartamento nobile, dove troviamo un ambiente doppio rispetto alle cellule normali.

 

PALAZZO PIGNATELLI

Su via Mastropaolo si affaccia il Palazzo Pignatelli (sec. XVII), sede di una delle famiglie più cospicue di Grottaglie.

 

PALAZZO DEL SECONDOGENITO O URSELLI

Di fronte al monastero di S. Chiara è il palazzo del Secondogenito, già appartenuto alla famiglia Cicinelli e attualmente noto come Palazzo Urselli; risale al secolo XVII.

Presenta una semplice facciata e un interessante cortile adiacente al portone di ingresso dall’aspetto tipicamente spagnolo, e ciò conformemente alla dominazione che si ebbe a Grottaglie in quel periodo.

 

PALAZZO BLASI

Palazzo Blasi presenta una facciata barocca, anche se molti sono gli elementi posteriori all’impianto originario. Una notazione importante: l’ingresso non viene posto sulla strada principale (simmetricamente rispetto alla facciata), ma è sacrificato sull’angolo della strada trasversale, per renderlo visibile dalla vicina piazza.

 

PALAZZO DEI PRINCIPI CICINELLI

Il palazzo fu costruito nella piazza principale dalla nobile casata napoletana nella seconda metà del secolo XVII. E’ un monumento deturpato sia perché trascurato in seguito all’abbandono dei proprietari per l’abolizione della feudalità; sia per i vari riadattamenti subiti.

Il prospetto è stato rifatto e stravolto nel secolo scorso per cancellare il ricordo feudale.

Nelle lunette dell’atrio si possono ancora vedere alcuni affreschi con scene e personaggi collegati alla famiglia dei feudatari.

 

PALAZZO DE FELICE

Palazzo De Felice è un imponente immobile del XVIII sec. (nel frontespizio della facciata si legge la data 1767) collocato nella suggestiva cornice di P.zza S. Lucia, nel centro storico.

L’edificio, prospiciente un grande giardino interno, fu acquistato da Comune di Grottaglie nel biennio 1987-88. Dopo circa dieci anni si è proceduto alla ristrutturazione del palazzo che versava in stato di avanzato degrado.

Con il suo corpo di fabbrica di stile barocco, aggiunto alla vecchia costruzione, è uno di quegli edifici che sul finire del XVIII secolo mutano il volto della città.

Pasquale Imperatrice

Immagine di repertorio

NOME: Pasquale Tommaso Maria
COGNOME: Imperatrice
LUOGO E DATA DI NASCITA: 27 agosto 1881, Grottaglie
PROFESSIONE: avvocato, scrittore, pubblicista, storico, esponente di spicco del Fascismo
VITA: Pasquale Tommaso Maria Imperatrice nacque a Grottaglie il 27 agosto 1881. Nei primi anni del Novecento era già a Taranto, dove svolse la sua professione di avvocato, ma ben presto si distinse come polemista e giornalista di indubbia personalità. Dal 1913 al 1920 diresse “La Libera parola”, organo del partito pro-Taranto. Sempre a Taranto ricoprì importanti incarichi nelle pubbliche amministrazioni.
Durante la grande guerra riportò una mutilazione che gli conferì indubbio prestigio: l’autorità morale completò la figura di “uomo forte” su cui egli fece perno durante quel regime, nel corso del quale egli fu una vera e propria istituzione.
Organizzatore dell’Ufficio Stampa assieme a Raffaele Morione e Nicola De Benedectis, egli sostituì quest’ultimo alla guida del Fascio nell’agosto del 1921, mostrando di saper manovrare le fila della fazione politica; tanto che, al Terzo congresso fascista, a Roma, Imperatrice venne nominato all’Ufficio di Presidenza. Ma il Fascimo jonico era percorso da lotte intestine  e lo stesso Imperatrice si dimise dal Partito il 4 giugno del 1922, pur essendo stato eletto dalla Direzione Segretario del Direttorio.  
Egli, comunque, continuò ad essere onnipresente nella vita politica e culturale del capoluogo. Collaborò con moltissimi giornali, da “Il Mattino”, passando da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, a “El Diario Ilustrado” (di Santiago del Cile, nazione che gli conferì onorificenza al merito della Repubblica) e diresse inoltre “L’Indipendente”, “La Fiaccola” e “La Parola Libera”.
Collaboratore del Comune di Taranto, nel quale pubblicò saggi storici, come “Vicende Storiche Taratine dal 1848 al 1870” e “Tarantini dell’ 800”.
Insomma, come è stato giustamente detto, Imperatrice è  stato, nei primi decenni del secolo,  un personaggio davvero onnipresente.
Pasquale Imperatrice morì a Taranto il 16 gennaio 1962.
 
FONTI BIOGRAFICHE: “Grottaglie nel tempo”, Rosario Quaranta.

Don Cosimo Occhibianco

Foto di repertorio

DON COSIMO OCCHIBIANCO
NOME :  Cosimo      
COGNOME: Occhibianco
LUOGO E DATA DI NASCITA: Grottaglie, 23/10/1927
RESIDENZA: Grottaglie
STUDI E TITOLI CONSEGUITI: Corso Ginnasiale a Taranto;
Corso Liceale a Molfetta (BA); licenza in Sacra Teologia presso la Facoltà Teologica di Posillipo (NA); laurea in Filosofia presso l’Università statale di Lecce;
PROFESSIONE: Ha insegnato religione nelle scuole superiori; attualmente è Vice Parroco presso la parrocchia Maria SS. del Rosario di Grottaglie.
VITA: Don Cosimo nasce da una modesta famiglia contadina. Il padre era un umile contadino che viveva alla giornata e possedeva un piccolo vigneto a mezzadria nella contrada Galeasi (Grottaglie) ed altri due appezzamenti di terra a Sant’ Elmo (Grottaglie). La madre, Blasi Addolorata (detta “Zippun’ culu”) era lavandaia presso il sanatorio di Grottaglie, dove, nonostante il suo analfabetismo, si occupava con una spiccata intelligenza della contabilità di tutto l’istituto.
 Don Cosimo era molto legato alla madre perché lei rifletteva una devozione ed uno spirito di sacrificio enorme, nell’ occuparsi del sanatorio grottagliese, e dei malati tubercolotici ivi residenti. Aveva diversi, tra fratelli e sorelle, di cui attualmente tre ancora in vita; un particolare ricordo ha della sorella Filomena, venuta a mancare all’ età di soli dodici anni a causa di una broncopolmonite. Nei ricordi di Don Cosimo, Filomena era una bambina dotata di grande intelligenza, bontà e generosità. Molte volte Filomena restava a digiuno per giorni come atto di penitenza e, per contribuire economicamente al sostentamento della famiglia, frequentava la scuola elementare solo una volta la settimana (con ottimi risultati), lavorando, nei restanti giorni, nella fabbrica di tomaie di Vito Cofano, situata nei pressi del centro storico in Via Madonna del Lume. 
– Seminario
A causa delle precarie condizioni economiche familiari, il padre si opponeva all’entrata in seminario del figlio, tanto che una sera, durante un’accesa discussione, scaraventò a terra il piatto di “fai e fogghij” (fave e verdure) e Cosimo, le raccolse da terra e lo continuò a mangiare. Infine, grazie alla madre che desiderava con tenacia che il figlio cominciasse a studiare, il 14 ottobre del 1939, a soli undici anni, entrò in seminario. A Don Cosimo quella data è rimasta impressa nel cuore. Era la giornata d’addio e di distacco da sua madre che adorava immensamente! Pianse per giorni, silenziosamente, tutte le notti. Distacco mai più ricucito! A distanza di anni Don Cosimo avverte ancora quello strappo.
Tentò di scappare dal seminario ma non ci riuscì. A quell’ improvvisa mancanza affettiva reagì non studiando e diventando sempre più triste, taciturno, scontroso, irascibile, ribelle. Tutto il trimestre fu uno sfacelo completo: la pagella fu costellata di 1 e di 2 in tutte le materie. Non riusciva ad accettare quella situazione: stare otto ore seduto nell’arco di una giornata.
Don Cosimo era passato dall’assoluta libertà della strada, alla rigidezza del ferreo orario del seminario; dalla libertà di mangiarsi un pezzo di pane asciutto e duro seduto sul marciapiede, alla severità dello stare seduto e composto a tavola senza sporcarsi; dalla libertà di vestire scalzo, seminudo, senza mutandine, con un calzoncino che era una vera e propria carta geografica per i molti rattoppi, alla rigidezza del colletto osseo che gli strozzava la gola, alla giacca grigia stirata e pulita, ai calzoni lunghi con la piega, alle scarpe nere, strette e pulite. Dalla libertà di parlare, scrivere e bestemmiare nel suo dialetto, era arrivato alla costrizione di parlare e di scrivere in italiano (senza conoscerlo) e a non dire parolacce… o magari a dirle in italiano usando eufemismi!
Il sistema educativo dell’epoca, a scuola come a casa e in seminario, era molto rigido, repressivo, gnostico, manicheo. Chi andava a mare per farsi un bagno… non aveva certamente la vocazione per essere prete!
A passeggio si andava in fila per due, con un compagno che il prefetto assegnava all’ inizio dell’anno scolastico. Si andava con gli occhi bassi… per non guardare le ragazze, cause di tanti “pensieri cattivi”. Spesso, per andare con gli occhi bassi si urtavano i pali della luce… e si bestemmiavano i morti… ma in italiano!
Di tanto in tanto si veniva apostrofati con un grido “sacchi ti craù!” ( sacchi di carbone). Con le intenzioni più buone di questo mondo, per farli comportare bene e per reprimere il dialetto, il Rettore, Mons. Michelangelo Ridola, suggerì al Prefetto, Biagio Strusi, due medaglie di cartone. Su di una era scritto “ho parlato in dialetto” e sull’altra “ho messo le mani addosso”.
Chiunque aveva questa medaglia cercava con tutti i mezzi di passarla al compagno, inducendolo a parlare in dialetto o ad usare le mani.
Chi dopo cena, poi, aveva una delle medaglie, passava la sera in ginocchio in un angolo del corridoio, mentre tutti gli altri giocavano allegramente, sfottendo spesso il mal capitato, che diventava così lo zimbello di tutti.
Ogni sera, immancabilmente, Cosimo aveva la medaglia del dialetto; ogni sera era un tormento… era un pagare il fio all’ italiano, che respingeva come una lingua imposta con tutta la forza. Una di quelle sere, mentre era in ginocchio piangendo (e bestemmiando silenziosamente i morti al Rettore e al Prefetto), un compagno andò a sfotterlo con degli scappellotti e dicendogli: “cce rrécchji ti ciucciu”! (che orecchie d’ asino!).
A quell’ insulto, con gli occhi pieni di lacrime, scattò in piedi inviperito si avventò sul compagno, di nome Fedele, e afferrandolo per la vita, fece per gettarlo dalla finestra del 1° piano. I compagni impauriti, gridando, intervennero rapidamente evitando l’irreparabile. Le grida fecero accorrere il Prefetto, il quale, anche lui impaurito, lo portò dal rettore e pur sostenendo che era stato insultato, ritenne che forse era impazzito. Il Rettore, senza porre indugi e dopo una solenne paternale fatta di “… delinquente, deficiente, imbecille, mascalzone… la Chiesa non sa che farsene d’asini come te!”, fece pervenire una comunicazione a casa, affinché i suoi genitori venissero a prenderlo e portarlo via dal Seminario.
L’indomani, di buon mattino col treno delle sei, giunse la madre che non vedeva da un bel pezzo. Era triste, distrutta, umiliata e con gli occhi pieni di lacrime.
Si rivolse al Rettore con tanta sottomissione, ma questi dicendo: “Signora, tuo figlio è un delinquente, non può stare in Seminario; la Chiesa non sa che farsene d’asini come questo ragazzo. Eccoti la pagella!”.
A quella vista sua madre scoppiò a piangere; poi dopo un attimo di silenzio lo prese, lo strinse forte con le sue mani, gli tirò quattro schiaffi solenni (di cui sente ancora il calore e l’amore con cui glieli diede) e fissandolo negli occhi gli disse: “Vuoi farti ancora prete, sì o no?”.
Avrebbe voluto rispondere “no”; ma dopo un attimo d’incertezza, tra le lacrime, fiocamente, rispose: “Si”! “E allora – soggiunse – se vuoi farti prete veramente, cambia condotta! Comportati bene! Studia! Altrimenti a che servono tutti i miei sacrifici quotidiani per te? Diversamente vai a zappare?”. Poi, rivolgendosi umilmente al Rettore: “Monsignore –disse- abbiate pazienza, è ancora un bambino, è molto semplice, buono, generoso… dà tutto quello che ha agli altri…! Abbiate pietà! Tenetelo ancora un trimestre e poi vedremo in seguito”.
Dopo tante preghiere e suppliche, tra incertezze, tentennamenti e dubbi, il Rettore accettò malvolentieri di tenerlo ancora un trimestre.
In seguito lo farà guardare e controllare continuamente, fino a fare di lui un sorvegliato speciale, da tanti piccoli ruffiani (che una volta scoperti odiava a morte). Intanto il vice-Rettore, Don Francesco Buzzacchino, che aveva assistito alle minacce del Rettore, forse perché commosso dalle lacrime di sua madre o forse perché aveva capito il suo temperamento bisognoso d’affetto, lo chiamò in disparte e paternamente gli disse: “Io ti voglio molto bene, ho fiducia in te!” Lo carezzò dolcemente e gli sorrise. Poi congedandolo soggiunse: “ Mimino, quando hai bisogno di qualcosa, vieni da me e non avere paura. Ciao!”. Era quello che gli mancava! Aveva avuto una carezza ed era felice! Qualcuno che gli stava vicino in qualche modo sostituiva sua madre volendogli bene: ora bisognava ricambiarlo! Dopo Natale, cominciò il 2° trimestre.
Fu interrogato in Storia proprio da Don Francesco e andò molto bene, tanto da meritare 8.
Era felice, non solo per il voto, ma soprattutto perché non aveva deluso chi gli voleva bene. Fu la volta della Geografia ed anche qui ebbe 8.
Poi fu la volta dell’italiano, ed ebbe il piacere di essere affisso all’ albo d’onore per il miglior tema. Don Cosimo non riconosceva più se stesso. Era scattata in lui la molla dell’orgoglio e del desiderio di far bene. Capì a sue spese che ogni parola che imparava era un anello rotto alla catena dell’ignoranza che lo rendeva schiavo e zimbello dei suoi compagni, i quali, vedendo questo suo mutamento, non solo non lo sfottevano più, ma cominciarono anche a volergli bene.
– Seconda Guerra Mondiale
 L’anno scolastico si chiuse trionfalmente con la promozione, il 10 giugno 1940, giorno fatidico in cui, al grido di Mussolini “ Italiani, l’ora della rivoluzione è scoccata”, loro risposero gridando incosciamente e ignaramente: “ Vogliamo la guerra!”. E la guerra venne!!! La sofferenza, tutte le restrizioni, i dolori, le distruzioni, le morti violente sotto le macerie di amici, conoscenti, bambini, vecchi, innocenti.
Nel dicembre del 1939, venne in visita a Taranto il cardinale Von Galen, quasi per avvertire dell’imminenza di una guerra. Il cardinale, noto come “leone di Munster” per la sua opposizione al nazismo, fu perseguitato da Hitler, tanto che quattro dei suoi soldati cercarono di prelevarlo davanti alla Cattedrale di Munster, ma impauriti dalla sua altezza di ben due metri e dell’abito pontificale, che rendeva la sua figura ancora più imponente, fuggirono. Il nazismo distrusse la Cattedrale di Munster, ma i tedeschi dopo la guerra la ricostruirono com’era in origine. Il cardinale Von Galen, è l’unico sepolto dietro l’altare della cattedrale.
Durante un bombardamento a Taranto fu affondata la nave “Cavour”, che localizzata di fronte al seminario, costrinse gli stessi a trasferirsi a Martina Franca.
In quel tempo Don Cosimo frequentava il 3° Ginnasio.
Nel giugno, luglio, agosto del 1943, gli aerei bombardarono ogni venerdì del mese e dal seminario, si vedeva il cielo oscurarsi. Uno dei tanti rifugi a Grottaglie era situato sotto via Crispi, sotto il castello, all’interno di una grotta.
In quei bombardamenti cercarono di interrompere la linea ferroviaria Grottaglie – Brindisi (ponte di S. Biagio) ma non ci riuscirono. Nonostante tutto si continuò a studiare e ad andare avanti tra le tante difficoltà.
– Studi
Arrivato al Liceo, si innamorò della Filosofia e cominciò a vagheggiare l’idea di andare a Posillipo per laurearsi in Teologia. Ma per andare lì, bisognava avere alla maturità una certa media e poi superare un esame d’ammissione consistente nel discutere correttamente in latino trenta tesi di filosofia teoretica.
S’impegnò sul serio… e ci riuscì. Diventato sacerdote cominciò ad insegnare religione nelle scuole superiori della provincia e nel frattempo frequentava l’università statale di Lecce, nonostante la proibizione da parte dell’Arcivescovo; perché si pensava che chi andava all’università statale aveva intenzione di sposarsi o di non essere più sacerdote. Conseguì la laurea in filosofia con il massimo dei voti dimostrando che la sua scelta era stata mossa solo dal piacere di studiare con impegno e serietà. Sul retro della sua licenza in Teologia scrisse: “QUI EST LAUREA? EST SIGNUM PATENS LATENTIS IGNORANTAE” (“CHE COS’E’ LA LAUREA? E’ UN SEGNO PATENTE DI UNA LATENTE IGNORANZA”).  Il rettore dell’università lesse inavvertitamente la frase e incuriosito gli chiese il perché si stesse laureando in filosofia.
Lui rispose: “ PERCHE’ QUANTO PIU’ SO’, PIU’ SO’ DI NON SAPERE; SONO IGNORANTE”. Il rettore gli ordinò di cancellarla e Don Cosimo umilmente ubbidì. Una volta conseguita la Laurea, la prese e la nascose in fondo alla libreria arrotolata. In seguito fu scoperta fortunatamente dalla sorella, che la prese e la fece incorniciare all’insaputa di Don Cosimo.
Finito il corso accademico ne uscì pieno di orgoglio e di varie citazioni filosofiche, greche, latine, ebraiche.
Don Cosimo era ormai ricco di cultura, ma povero di quella lingua e di quelle cose del povero popolo a cui era stato destinato; era, insomma, un sacco vuoto… ma pieno di superbia (sue parole)!
Ordinato Sacerdote, il 2 settembre del 1951, dopo 15 giorni fu destinato a Lizzano che non sapeva nemmeno dove si trovasse. Fu accompagnato da suo zio Teodosio col suo traino. Lizzano si presentò come un paese sporco e povero; per le strade si vedevano circolare pecore, capre, galline e maiali… Era un paese difficile! I vice-parroci cambiavano mensilmente. Don Cosimo, invece, resistette un anno. Gli volevano molto bene, perchè curava i malati e ai bambini più poveri faceva doposcuola gratuitamente.
Allo scoccar dell’anno, nel mese di novembre, fu trasferito a Statte, sobborgo di Taranto ed ambiente non migliore del primo. I vice-parroci venivano solo il sabato e la domenica, ma non reggevano più di due domeniche di seguito… Resistette più di quattro anni e cinque mesi e sarebbe rimasto ancora se non si fosse ammalato di reni. Gli volevano un mondo di bene… Era per loro papà, amico, fratello; teneva tutto aperto, non ci stavano segreti, tutto in quella triste povertà era bello, limpido, chiaro, senza ipocrisie. Parlava la loro lingua… Era diventato uno di loro.
In seguito Don Cosimo ebbe l’incarico di insegnare Religione prima alla “Galilei”, poi alla “Mazzini” e quindi al Liceo Classico “Archita”.
In questo ambiente si sentiva a suo agio. Rispolverò tutta quella cultura appresa a Posillipo facendone sfoggio e studiava continuamente per non sfigurare con i santoni della cultura classica.
A causa dei calcoli renali Don Cosimo, fu destinato nel 1956 a Grottaglie, presso la Parrocchia del Carmine, dapprima con Don Francesco Marinò, poi con Don Dario Palmisano, amico affezionato e compagno inseparabile fin dalla seconda media e per tutto il percorso di studi, e infine con Don Cosimo De Siati.
Giunto a Grottaglie si era illuso di essere arrivato nella metropoli della cultura, per cui bisognava studiare ed imporsi col sapere.
Don Cosimo scriveva le sue omelie con un linguaggio aulico ed esoterico. La domenica, mentre predicava, notava che le sue vecchiette, avvolte nel loro “fazzulittoni” (scialle), chinavano la testa dolcemente dandogli l’illusione che annuissero al suo parlare. Così convinto, ha continuato imperterrito per alcuni mesi, arricchendo il suo frasario con paroloni e concetti sempre più difficili ed estrosi. Un giorno di maggio del 1956, narcisisticamente soddisfatto della sua bella predica infarcita di paroloni e di concetti metafisici, uscendo davanti alla Chiesa, chiese ad una vecchietta di nome Mutata d’Amicis, soprannominata “Percaccia” ( ? ) con la quale Don Cosimo era in confidenza: Mutà!, cce tti piaci comu parlu? (Mutata ti piace come parlo?) Avvolgendosi nello scialle e con un sorriso ironico e malizioso gli rispose: o va ffa ncùl’a tte ca parli, ci càzzu ti capisci !Tu nni faci viné lu suénnu!!…(o vaffanculo a te che parli, chi cacchio…ti capisce! tu ci fai venire sonno!). Si girò e se ne andò. Don Cosimo rimase malissimo. Era stato ferito nel suo orgoglio. Non aveva più parole. Così, per riprendersi, chiese ad un’altra vecchietta di nome Mutata Santoro e soprannominata “Cuzzieddu”( ? ): Mutà!, cce tti piàci comu parlu?(Mutata!, ti piace come parlo?).
Dopo un attimo di silenzio anche questa ,avvolgendosi nel suo scialle e con un sorriso più bonario che malizioso, gli rispose: Ton Cò, ci cazzu ti po’ ccapé, cu ttutti quiri palòri luenghi luenghi… nni faci viné lu suénnu tòci-tòci! … tu la tuménica nni tè lu papàgnu! (Don Cosimo, chi cacchio… ti può capire, con tutte quelle parole lunghe lunghe!!… ci fai venire il sonno dolce dolce”… tu la domenica ci dai il sonnifero). Con questa frase Don Cosimo ebbe il colpo di grazia! Fu la giornata più brutta della sua vita. Stette tanto male che Don Francesco ebbe paura nel vederlo così pallido e triste, per cui gli diede subito una tazza di caffè con delle gocce di coramina. A mezzogiorno Don Cosimo andò a casa e sua madre, vedendolo così depresso, dopo tante insistenze gli tirò fuori la domanda: mà?, la pretica tla tuménica, cce la capisci tuni?(“ Mamma, la predica della domenica la capisci tu?”)… “Figghiu mia- rispose sua madre- ci ti capisci! … cce tti piensi ca sté cu lli vagnùni tla scòla ti Tartu? Tuni, la tumenica… nnu fattariéddu, nnu picca tlu Vancelu, nn’òtru fattariéddu  e ffuci ca gghiòvi!;… cazza, frici e mancia!” … (“Figlio mio, chi ti capisce!, pensi forse di stare con i giovani della scuola di Taranto? Tu, la domenica… un fatterello, un po’ di Vangelo, un altro fatterello e via!… Schiaccia, friggi e mangia”, ossia sbrigati). Don Cosimo ascoltò il consiglio di sua madre e per oltre due mesi esordì con un fatterello, un passo del Vangelo, un altro fatterello e subito concludeva. In tutto impiegava 8-10 minuti. Ritornò di nuovo all’ attacco, chiedendo alle stesse persone se la predica piacesse o meno e la risposta fu unanime: mo’ sini ca nni pigghji di ffessa, cu llu fattariéddu e nni faci sta’ ddiscitati!, no nni vinni cchiù papagnu…! Bbrau! Bbrau! (adesso sì che ci prendi in giro, con il fatterello e ci fai stare svegli, non ci vendi più sonnifero…..! Bravo ! Bravo!). Don Cosimo non aveva ancora capito che l’omelia è per i fedeli e non i fedeli per l’omelia, così come la scuola è per gli alunni e non gli alunni per la scuola! Gesù adattava il suo linguaggio alle folle che lo ascoltavano!
Da allora Don Cosimo ha continuato la sua attività ecclesiastica e ha dedicato buon tempo allo studio e alla pubblicazione di numerosi volumi che riguardano le tradizioni, la cultura e lo spirito della comunità grottagliese
– Opere
 Don Cosimo ha scritto e pubblicato:
1) “…Ccussì ticévunu li nanni nuésci” (Così dicevano i nostri nonni). Raccolta di proverbi.
2) “…Ccussì parlàvunu li nanni nuésci” (Così parlavano i nostri nonni). Vocabolario grottagliese in tre volumi.
3) “…Ccussì ritévunu li nanni nuésci” (Così ridevano i nostri nonni). Raccolta d’indovinelli e barzellette.
4) “…Ccussì priàvunu li nanni nuésci” (Così pregavano i nostri nonni). Raccolta di preghiere.
5) “…Ccussì si sintèvunu li nanni nuèsci” (Così si sentivano i  nostri nonni).
Raccolta dei soprannomi grottagliesi.
6) “ Grottaglie che ora è?”.
7) “ La chiesa della Madonna del Lume ”.
 
Civiltà contadina, quaderni:
1° -Tessitura e tessitrici
2° – Li falignami (i falegnami)
3° – Li scarpàri (i calzolai)
4° – Li furnari (i fornai)
5° – Li cusitùri (i sarti)
6° – Li fabbricatùri (i muratori)
7° – Lu calannariu vurtagghiesi (il calendario grottagliese) dal 1994 al 2003
 
 Di prossima pubblicazione:
“…Ccussì si sintévunu li nanni nuésci” (Così si sentivano i nostri nonni). Raccolta di soprannomi grottagliesi. I motivi di questa prossima pubblicazione, sono:
1°- fare uno studio serio e approfondito di tutti i soprannomi grottagliesi traendoli fuori dai registri di battesimo, di morte, dalle conclusioni capitolari, etc…;
2°- per preservare, quale prezioso documento storico, tutto questo materiale che rivela interessanti informazioni di natura non solo linguistica- dialettologica ma anche etniche, socio-economiche ed etnografiche;
3°- per convocare tutti intorno chiamandoli chi per nome, chi per cognome, chi per soprannome. Con quell’identico amore avuto nei loro riguardi per quarant’ anni nella Parrocchia del Carmine;
4°- per spiegare etimologicamente i loro soprannomi per smussare e dolcificare le loro asprezze e angolosità e talora la loro simpatia.
5°- per chiamare tutti a raccolta, vivi o defunti, in occasione della sua festa particolare, 50 anni di sacerdozio (02/09/2001), per offrire ai vivi un rinfresco (fatto nella realtà) e ai defunti un doveroso suffragio, ma a tutti un sentito ringraziamento per quel piccolo contributo umile e silenzioso dato nel loro tempo, con la loro vita e con il proprio mestiere alla storia del loro paese. Chi più, chi meno, ha contribuito alla storia.
Ha scritto, ma non pubblicato per questioni economiche, i seguenti quaderni: i fabbriferrai, i barbieri e i frantoiai. In suo aiuto servirebbe un mecenate, perché sino ad ora le spese delle pubblicazioni sono state da lui affrontate con grande difficoltà.  Inoltre, sta ultimando un libro contenente la traduzione, il commento e le note storiche di tutte le epigrafi latine esistenti in  Grottaglie.