San Ciro d’Alessandria d’Egitto

Foto vincitrice “Uno Scatto per San Ciro 2017”

NOME: San Ciro
DATA  E LUOGO DI NASCITA: III  secolo, Alessandria d’Egitto
PROFESSIONE: medico, poi Santo.
VITA: San Ciro nacque nel III secolo, ad Alessandria d’Egitto. Medico, non per una ricompensa terrena, bensì per quella celeste, nonostante la sua professione, egli fece una vita molto mediocre curando persone che non erano in grado di ricompensarlo. L’unico suo scopo della vita fu quello di far convertire le persone al culto di un Dio e alla fede di Gesù Cristo.
Il Prefetto di Alessandria del periodo di Diocleziano, Siriano, venuto a conoscenza dell’esercizio di Ciro, ordinò subito il suo arresto. Ciro fuggì in esilio nell’ Arabia, al confine con l’Egitto e qui, in solitudine, conobbe un modo migliore per guarire i malati, e cioè attraverso Dio, e con la Sua parola  fu capace di diffondere il valore della luce del Vangelo. Arrivate queste notizie del comportamento di Ciro, Giovanni di Edessea si volle recare ai suoi cospetti per divenire simile a lui. Intanto a Ciro era arrivata la notizia che le vergini Teodista, Teodota ed Eudossia, insieme alla madre Anastasia, erano state prese prigioniere e condotte a Canòpo. Temendo che attraverso le torture o per la debolezza del sesso. queste potessero venire meno alla fede, assieme a Giovanni andò da loro per infondere coraggio. Ma una volta arrivato a Canòpo, Ciro fu scoperto ed incatenato e, sotto gli occhi in lacrime delle stesse donne, fu bastonato e bruciato con delle fiaccole. Ciro affrontò con animo forte queste torture, ed ebbe la stessa forza anche quando fu cosparso d’aceto e sale e immerso nella pece bollente. Tentato ancora molte volte, e rimanendo egli fermo nella fede, il 31 gennaio, colpito con la scure, subì un eroico martirio, al quale fu associato lo stesso Giovanni.

San Francesco De Geronimo

Immagine di repertorio

NOME: Francesco

COGNOME: De Geronimo

DATA DI NASCITA: 17 dicembre 1624               

LUOGO: Grottaglie

PROFESSIONE: Santo

VITA: da Gentilesca, figlia d’Orazio Gravina e Fiorenza Scardino, che all’ età di ventun’anni contrasse matrimonio con il ventitreenne Giovanni Leonardi De Geronimo, nacque Francesco il 17 dicembre 1624, a ore 21.00 circa nel mercoledì delle tempore d’avvento.
Il giorno seguente venne battezzato da Don Nicolò Ciracì, sacerdote della colleggiata di Grottaglie. Tale chiesa , più volte sottoposta all’ opera vandalica, conserva ancora compatto e alquanto trasformato il Battistero, di fronte al quale egli ricevette la vita divina dell’anima, ed ora sorge un altare a lui dedicato.
La famiglia del Santo, che i contemporanei qualificano onorata e decorosa, da molteplici documenti d’archivio appare una delle più ragguardevoli della regione. Il primo catasto onciario di Grottaglie, che risale al 1447 registra i De Geronimo, fra i migliori proprietari del paese. La famiglia era composta da undici fratelli tutti dediti alla religione cattolica, che occupavano posti di alto prestigio nell’ ordine ecclesiastico. Il genitore del santo Francesco si mantenne al livello dei suoi padri, infatti secondo la relazione autografa del gesuita De Franchis, datata 1716, egli sarebbe stato notaio. La casa natia del santo è ubicata alla via Spirito Santo, nei pressi dell’attuale Santuario eretto a suo nome.
La casa specchio della vita , rivela il costume semplice e senza lusso di chi la abitava. La casa del santo fu acquistata dal Duca delle Grottaglie; principe di Cursi, per formarvi una chiesa subito dopo che il padre Francesco fu beatificato. Oggi appunto su quella dimora benedetta, si leva un magnifico tempio, costruito nel 1837, dono di grottaglie al suo cittadino più grande.
Un’altra parte dell’area dove sorge la casa della famiglia , è occupata dalla dimora dei confratelli del santo e protettore di grottaglie, ed il suo luogo natio è divenuto meta di numerosi pellegrini che giungono da ogni luogo. Uno dei tanti miracoli avvenuti durante la fanciullezza del santo, nella sua casa, è documentato da persona dell’epoca. Si racconta, che nella casa ove nacque, viene mostrata una dispensa ove la mamma soleva custodire l’infornata di pane settimanale (armadio questo dai battenti consunti per la pia rapacità dei devoti), fu testimone di un avvenuto prodigio autenticato nei processi canonici. Il santo fanciullo era solito distribuire ai poveri pane ed altri commestibili che gli capitassero tra le mani, sino ad esaurirne la provvista.
Un giorno rimproverato dalla mamma per aver dato tutto il pane egli esortò ella ad aver fede nella provvidenza, infatti nel riaprire i battenti della madia la ritrovò sovraccarica di pane i quantità maggiore di quello prima esistente. Si gridò al miracolo. Francesco ad otto anni teneva già lezioni di catechismo ed accompagnava frequentemente i padri nelle loro missioni di pellegrinaggio. Nel 1641 entrò a far parte di una associazione di sacerdoti al grande riformatore del clero; Gaetano da Tiene; questi senza voti religiosi e padroni ciascuno delle proprie azioni, contribuivano alle spese comuni, vivevano regolati da una vita semplice di gran bontà, ascoltavano confessioni, insegnavano la dottrina quotidiana, istruivano gratuitamente i fanciulli nelle lettere, predicavano nelle campagne e procuravano il bene delle anime. Questa provvida istituzione scomparve da Grottaglie nel 1688, mentre al tempo del giovinetto Francesco era nota nella regione con il nome di “Comunità”. Questa prima esperienza mistica influì definitivamente sulla sua decisione e rafforzò in lui quella vocazione verso i principi che lo esalteranno successivamente per lo spirito di sacrificio e la bontà verso la società.
Iniziò gli studi a Taranto ove trascorse gli anni della sua adolescenza, nella Cattedrale, nel Seminario e nell’ ex Collegio dei Gesuiti, qui acquistò anche una vera maestria nel costruire quei fini intarsi di paglia colorata che erano una specialità della sua Terra d’Otranto. A Taranto e successivamente a Napoli si perfezionò nell’ arte della pittura.
Fu fervente devoto della Madonna della Salute a Taranto, della Madonna della Mutata a Grottaglie, della Madonna detta dell’Assunta a Napoli, che segnerà l’ultimo periodo della formazione sacerdotale di Francesco. La Madonna dell’Immacolata sarà l’insegna del suo apostolato. Superati felicemente gli esami scolastici, egli viene ammesso contemporaneamente agli Ordini Minori ed al Suddiaconato l’anno 1664. Il 6 novembre 1663 fu turbato dalla morte della madre a seguito della nascita dell’undicesimo fratello, che divenne poi Arciprete di Grottaglie. A Napoli, nella capitale si dedicò agli studi universitari e studiò diritto canonico e civile . Il Collegio Napolitano della Compagnia, pur equivalendo in pratica alla università per le altre materie, non aveva queste due cattedre e dovette seguire le lezioni private dei convittori di cui era Prefetto, si laureò in queste due facoltà. A Napoli frequentò pure, quella celebre scuola di di pietà sacerdotale e di addestramento dell’apostolato che era la Congrecazione Mariana dei Chierici detta la Conferenza, sotto il titolo della Madonna Assunta; dalla quale per circa due secoli uscirono i migliori sacerdoti del Mezzogiorno d’Italia. Il 20 marzo 1666 il Vescovo di Pozzuoli Don Benedetto Sanchez de Herrea, nella Cappella del Palazzo episcopale di Pozzuoli ha ordinato al Sacro Ordine del Presbiterato il diacono Francesco De Geronimo nativo di Grottaglie e della diocesi di Taranto. Con brevi e semplici parole venne così registrato l’avvenimento più grande della vita di Francesco, ed insieme ad essa l’opera più eccelsa di Dio nel mondo. In tale occasione gli facevano corona altri sette ordinandi, un tonsurato, un minorista e cinque diaconi, i cui nomi si leggono acconto al suo.
Per sollevare dal suo stato di decadenza la nobiltà, era stato fondato a Napoli, fin dall’ inizio del secolo XVI; il celebre Collegio dei Nobili il cui grandioso edificio si vede ancora a Via Nilo. Guidati da apposite regole vi si educavano i giovani aristocratici o per lo Stato Ecclesiastico o per la carriera politica, o per la famiglia, sotto la guida dei padri della Compagnia di Gesù. Per la stima, l’ingegno e la virtù, che i gesuiti di Taranto avevano rivelato in Francesco, quelli del Convitto dei nobili, lo invitarono a coadiuvarli nell’ ufficio di istitutore. Francesco assunse tali delicati incarichi con tutta la serietà e senso di responsabilità della sua coscienza sacerdotale e gli espletò per cinque anni con soddisfazione di tutti. Appena compiuto il primo anno di noviziato, il 2 luglio 1671, in compagnia del padre bruno, a piedi (come solevano viaggiare i gesuiti) da Napoli diretti a Lecce dopo aver camminato per circa 500 chilometri, attraverso fertili agri, aspri monti ed erte colline, nonché per centri agricoli e costiere deserte; come a ripetere l’appello di San Luca Evangelista: – la Messe è molta e gli operai sono pochi-. De Geronimo fece il suo ingresso a Lecce per l’antica porta di San Giusto. La Comunità che l’accolse, oltre ad essere un gran centro di apostolato, era una delle più adatte per chi venisse a completarvi il Noviziato della vita religiosa. Il 2 luglio 1672, festa della Visitazione si consacrò a Dio con i voti religiosi di povertà, castità ed obbedienza. Fin da quando Francesco era prete secolare, caldeggiò vivamente la devozione dei napoletani per il Saverio.
Durante il 1675, prima di iniziare la missione di napoli, il de Geronimo ritornò da Lecce al Collegio Massimo per compiere il corso teologico. Successivamente chiese al generale di essere inviato a predicare nell’ Abruzzo e nella calabria, regioni allora ancora più colte della stessa Puglia. Non avendo ricevuto l’ordine di dedicarsi alle Indie Napoletane, ubbidendo al generale, il de Geronimo dal 1676 al 1716 svolse la sua attività ecclesiastica con grande impegno, degna dello stesso “Saverio”, fino ad esaurirsi fisicamente. San francesco aveva fatto della sua congrecazione una famiglia di cui lui era il padre, innanzitutto spirituale, che curava e plasmava le anime una per una. Si interessava delle famiglie componente per componente, consigliava nei dubbi, confortava nelle pene, sovveniva in ogni loro bisogno, prendeva le difese contro gli oppressori dl popolo e degli operai, visita e faceva curare a sue spese dal medico della congrecazione nelle malattie, li assisteva nelle ore estreme e provvedeva persino alla loro sepoltura. Fin dal suo letto di morte Francesco mandò loro indumenti e regali e molte volte compì dei miracoli per soccorrerli.
All’ approssimarsi della festa di San Ciro, che celebrerà dal cielo nell’ anno 1716 e che egli aveva istituito dal 1693 con una solenne cerimonia, espresse il desiderio di sostituire la statua del Santo in legno, con un’altra in argento purissimo; e solo dopo oltre venti anni, l’opera fu compiuta da un’insigne artista, con le offerte dei devoti e portata presso il letto del morente. Il corpo del “Missionario” fu deposto sotto l’altare dedicato a Sant’ Anna e alla Vergine, ove egli aveva celebrato per quarant’ anni abitualmente la messa, proprio in quella cappella delle reliquie dove i corpi dei centosettanta martiri e del suo San Ciro, da lui tanto onorato in vita, lo circondano come in trionfo, dai bronzi delle due pareti laterali. Ad immortalare la figura del Santo, lo scultore Francesco Jerace, scolpì un’artistico gruppo marmoreo l’11 febbraio 1932. Il 26 maggio 1839 Padre Francesco fu dichiarato Santo in San Pietro da Papa Gregorio XVI e per 229 anni riposò nella chiesa del Gesù nuovo a Napoli. Solo nel 1946 il suo corpo fu trasportato nella natia Grottaglie e riposto nella cappella a lui dedicata nella chiesa costruita nel 1837 con l’offerta di numerosi devoti, i quali gli anno eretto una statua in argento simile a quella di San Ciro e lo festeggiano solennemente il 1° settembre come patrono.
 
 
 
FONTI BIOGRAFICHE: “Guida di Grottaglie”.

MAGGIO 2016

La nuova frontiera del marketing insegna che per attrarre la curiosità e l’attenzione di un prodotto o sevizio  è necessario raccontare una storia interessante ad esso connessa. A noi grottagliesi piace vincere facile, perché di storie interessanti legate alla nostra tradizione ne abbiamo tante, tutte incantevoli.
Ebbene sì,  #weareinpuglia,  #Grottaglie #cittadelleceramiche, #tradizioni  per dirla in chiave social, visto che oggi per tenersi in contatto col mondo ci devi mettere sempre un hashtag.
Le nostre ceramiche,  famose ed apprezzate in ogni dove,  ci rendono orgogliosi di appartenere ad un terra con delle tradizioni così radicate.  Ci sono racconti che si tramandano anche oralmente da padre in figlio, da nonno a nipote e, ogni volta, il racconto genera nell’ascoltatore uno sguardo tra il rapito e lo stupito. Particolare risalto hanno le storie legate ai manufatti in ceramica: dalla pupa coi baffi, al pumo con le foglie d’acanto, alla tromba di San Pietro e Paolo. La leggenda della pupa risale ai tempi della Grottaglie feudale, quando vigeva la regola denominata “Ius primae noctis”,  ossia il signore del paese aveva la pretesa  (più che il diritto ) di trascorrere la prima notte di nozze con la vergine sposa di un suddito. Si narra che un giovane audace, che faceva il fattore presso il signorotto in questione, volle ribellarsi a tale pretesa e si presentò egli stesso la notte designata, travestito da donna, scordando però di togliere i baffi. La reazione del padrone, dopo lo stupore iniziale, accortosi dello scambio di persona, fu di ilarità. Perciò decise di graziare il giovane,  premiando il suo coraggio. La versione meno allegra, invece, vuole che il giovane sposo venne fatto giustiziare. I mastri ceramisti perciò dipingono la caratteristica pupa con colorati abiti da donna, ma dall’aspetto mascolino, con tanto di baffo.
Il pumo invece ha un significato apotropaico, nei tempi passati infatti gli si attribuiva il potere di allontanare o annullare gli influssi maligni.  Esso rappresenta un bocciolo di rosa, contorniato da foglie di acanto,e vuole celebrare l’arrivo della primavera e della rinascita. A Grottaglie è comune vederne due ai lati dei balconi,  utilizzato sia come abbellimento sia come portafortuna. Si usa regalarlo ai giovani sposi o, in genere, a chi inizia qualcosa di nuovo, come gesto beneaugurante. Esso viene realizzato in moltissime varianti, sia di grandezza che di colore, tutte affascinanti, tanto da divenire anche oggetto da collezione per appassionati del genere.
Oltre al profano il nostro percorso immaginario, nelle variopinte botteghe grottagliesi di ieri e di oggi, si imbatte in una storia legata al sacro: quella delle trombe dei Santi Pietro e Paolo. Tali manufatti sono degli strumenti musicali a fiato in creta che, come narrano i nostri avi, si usava regalare o barattare con i tipici prodotti della nostra terra. La sera del 28 giugno, alla vigilia della festività di San Pietro e Paolo, i ragazzini correvano per le strade del paese favendo un gran baccano soffiando nelle trombe. Il divertimento si prolungava fino alle prime luci dell’alba, momento in cui le trombe venivano buttate a terra e ridotte in cocci per tenere lontani malattie e debiti. Da qualche anno la festa è ritornata in auge e si ha nuovamente il piacere di assistere alla rottura delle trombe, dopo la celebrazione della messa in onore dei Santi.
Tra tradizione e modernità,  tra racconti con c’era una volta e hashtags sui social network quel che conta davvero è il valore storico di ciò che ogni giorno le mani sapienti dei nostri ceramisti creano. Quel grande valore ci accomuna e ci regala qualcosa di inestimabile: l’identità e l’appartenenza.
scritto da Mariangela Annicchiarico