Rimedi medici

Immagine Google

Alcuni rimedi medici (personalizzati):

.-famoso “di cuetto”, in italiano detto “di cotto

(un bollito fatto da scarto di fiche e bucce di mandorle);

-limone bollito;

-vari rimedi per curare i mal di pancia e i mal di testa;

 

      Prima era solito curarsi i mal di testa con la ”n’ fascinatura” e i mal di pancia o con l’aglio o con i “tagghjàvunu li viérmi”mediante formule magiche meglio superstizioni che si sono tramandate.

Il primo consisteva nel prendere uno spicchio d’aglio, sminuzzarlo, messolo in un bicchiere d’acqua farlo trangugiare subito; poi prendere altri due spicchi, appenderli a modo collana al collo, ed un altro spicchio diviso in due, prendere una parte di esso e fasciare sull’ombelico. Per quanto riguarda li”tagghjà li viermi” (liberare il ventre dagli ascaridi)consisteva proprio nel “tagliare i vermi”. Coloro che praticavano ciò, perché la formula magica avesse più effetto, bisognava insegnarla possibilmente non più che a tre persone, in una notte preferibilmente di venerdì. Inoltre le praticanti di li”tagghjà li viermi” erano un po’ gelose d’insegnare il loro segreto perché da questa pratica traevano anche qualcosa da mangiare, come compenso. In questo scongiuro s’invocano i Santi Cosimo e Damiano, celebri taumaturghi, che hanno speso la loro vita curando gratuitamente gli ammalati.

 

Riportiamo sotto le due formule rituali di scongiuro contro il”male dei vermi” utilizzati dalle praticanti”tagghia li viermi”.

 

1° formula: Santu Còsumu e Ttamianu, vui cu lla penna e iu cu lla manu, tagghjati li viermi a stu Cristianu!

(San Cosimo e Damiano, voi con la penna ed io con la mano, tagliate i vermi a questo Cristiano)!

 

2° formula: lu lunitia Santu, lu martritia Santu, lu miercritia Santu, lu sciuvitia Santu, lu viennritia Santu, lu sabb’tu Santu, la tumenica ti Pàsca, e lli viérmi cu lli sc°ccia!

(Il lunedì Santo, il martedì Santo, il mercoledì Santo, il giovedì Santo, il venerdì Santo, la domenica di Pasqua, che possa scacciare i vermi)!

 

Con i gesti e le parole rituali, servendosi di oggetti(acqua, sale, olio, capelli, ed altre cose simili) si pretende di agire efficacemente sulle forze della natura, o per calmarle o per ottenerne un aiuto immediato e duraturo.

La sintomatologia della “ n’fascinatura” è però diversa: negli adulti si manifesta con forte emicrania, nei bambini con pianto continuo e inspiegabile.

Per la formula registrata a Grottaglie, il materiale occorrente è il seguente:

un piatto con dentro l’acqua, un cucchiaio d’olio d’oliva, e se il paziente è assente basta una sua foto o un indumento intimo da porre sotto il piatto.

 

 Inizia il rito: mentre il paziente stende la mano sul piatto, la guaritrice fa tre segni di croce sulla sua fronte e sul piatto, e versa tre gocce d’olio nel piatto dicendo”uécchji cu uécchji cu crepa, uécchji malignu cu sckatta! Lu mali ca nci sté, cu nno vvé cchjù nnanti! “

(occhio con occhio che crepi, occhio maligno che schiatti, il male che c’è, che non progredisca).

 Detta formula, si ripete tre volte; se l’olio gettato nel piatto si espande in modo istantaneo, l’emicrania o il pianto del bimbo, per quanto forte, deve cessare già dopo la recita della prima terna. Se questo non si verifica nemmeno dopo la recita della terza volta, significa che l’emicrania o il pianto del bimbo non è di natura maligna, ma di altra natura. 

 

Cappella santissimi Pietro e Paolo

Tromba tipica della festa dei santissimi Pietro e Paolo

Un piccolo gioiello nel centro storico di Grottaglie

 La Cappella SS. Pietro e Paolo

 Si trova a due passi dal famoso “Pinnino”

 

di Franco Marinaro

 

Quando il direttore di questa testata mi ha chiesto di scrivere della Cappella dedicata ai SS. Pietro e Paolo ho avuto un moto di gioia e di orgoglio al tempo stesso. La ritengo non solo un vecchio edificio ormai ridotto, dallo scempio degli uomini, ad un esile segno della nostra storia, ma qualcosa che va oltre: un luogo nel quale per ben 400 anni è nata parte della nostra memoria, un luogo dove uomini hanno bisbigliato le loro preghiere, madri hanno pianto le loro gioie e le loro passioni, giovani hanno donato le loro speranze e anziani, al far della sera,  hanno offerto le proprie mani rugose solcate dal tempo.

Tutto era lì, in quel luogo ormai abbandonato, chiuso non più da una porta di legno di abete, ma da una saracinesca cupa e fredda come il suono prodotto alla sua apertura o chiusura. Persi nell’oblio anche l’odore forte d’incenso, il fumo delle lampade, il profumo delle tovaglie di lino riposte sull’altare di pietra appena lavate dalle donne del “Pennino”. Odori ormai confusi con il lezzo acre dei trattori che uscivano la mattina per rientrare la sera.

Erano chiusi lì, i colori accesi degli artisti di scuola  bizantina, delle icone dei SS. Pietro e Paolo, degli Angeli del frontone, del Crocifisso, della Beata Vergine Maria e di San Giovanni Evangelista anch’essi ricoperti, bucati, sradicati dalle mani, non giunte, di uomini.

La prima costruzione della cappella dedicata SS. Pietro e Paolo si rileva da una Bolla dell’arcivescovo Monsignor Marino II Orsini, datata 24 febbraio 1450 sotto il pontificato di Nicolo V. La chiesa fu costruita per devozione da Iacopo Cuceri (Cuscela) e da sua moglie, fu concesso lo “jus patronatus” con la potestà di «scegliere il rettore o cappellano e fargli celebrare nei giorni liberi i divini misteri».

Le uniche informazioni dell’epoca che possediamo, riguardanti la struttura architettonica, ci vengono offerte dal lavoro incommensurabile e dall’amore per il suo paese dal reverendo Don Cosimo Occhibianco, il quale ha tradotto una visita pastorale eseguita a Grottaglie, dall’arcivescovo di Taranto Monsignor Lelio Brancaccio il 2 agosto 1577.

In detta visita si legge che la cappella possedeva due porte, la volta era  laminata  e coperta da tegole, c’era anche un campanile con una campana. Al suo interno un altare di pietra sopra il quale erano affrescate le icone del Crocifisso, della B.V. Maria e di san Giovanni Evangelista. Tutta la cappella inoltre era dipinta con figure, con lampade e con la pila battesimale. Con ogni probabilità la cappella già dal 1584 offriva il suo spazio antistante per celebrare la tradizionale “Festa delle trombe”, una devozione (forse di influenza pagana) che in seguito fu importata prima dalla tradizione ebraica e poi da quella cristiana.

La Festa fu proibita per qualche tempo dallo stesso Mons. Caracciolo. Per ritrovare notizie certe sulla cappella bisogna arrivare al 1656, data scolpita sulla lapide che si ritrova al suo interno. Qui sono fissati nel tempo i nomi di coloro i quali hanno provveduto alla ricostruzione della chiesa in parte distrutta, forse, dal terribile terremoto che colpì il nostro paese nel 1654: “l’abate Priore Francesco De Ciracì e suo fratello i quali per devozione a proprie spese fecero ricostruire e dipingere la cappella A.D. 1656”.

La cappella dunque viene ricostruita così come è giunta sino a noi: unica nella città nel suo genere, a pianta esagonale, sormontata da un frontone monocuspidale, ed abbellita da un cornicione triangolare nel quale è racchiuso il timpano. Al suo interno dipinti raffiguranti angeli, gli apostoli Pietro e Paolo, lampade ed altre immagini. Cosa sia successo dal 1656 in poi lo possiamo solo immaginare, in quanto non abbiamo notizie certe, l’unica cosa certa avviene nei primi anni Sessanta, vengono commissionati dei lavori di demolizione: l’altare divelto, il pavimento e ciò che custodiva distrutto perché portato al piano stradale per farne garage, le pareti interne ricoperte di intonaco o dipinte, la porta sostituita con una saracinesca. Oggi dopo oltre 400 anni è finalmente aperta ed accessibile a tutti.

Da venerdì 30 dicembre 2005 con la Santa Messa e la benedizione officiata dal Rev. Don Ciro Monteforte (parroco della Madonna del Rosario),  non c’è più la saracinesca, non ci sono più i trattori, l’odore acre della benzina o di olio bruciato, c’è un pezzo  della nostra storia a disposizione di tutti coloro i quali volessero conoscerla e riscoprirla. È stato un desiderio che si è avverato, ed ora dopo tanto impegno e dedizione. È lì, aperta! Ma quanto ancora c’e di chiuso, dimenticato, lasciato a se stesso? Il desiderio di recuperare il centro storico,  la nostra storia, noi stessi, non può e non deve continuare ad essere solo una responsabilità affidata al singolo o una questione meramente urbanistica, ma principalmente un diritto-dovere di tutti: cittadini, enti preposti e chiesa locale.

 

La visita è gratuita e per tutti coloro che volessero vedere la cappella è possibile, previo appuntamento, rivolgersi al seguente recapito telefonico 347.48

Cibi tipici grottagliesi

Immagine di repertorio

ALCUNI TIPI DI FRUTTA

– Li FICHITIGNE (fichi d’India);
– Li FICHE ‘MMARITATE ( i fichi vengono tagliati a metà e poi essiccati al sole. Una volta essiccati, si mette al centro una mandorla e un pizzico di buccia di limone grattugiata. Poi si chiudono e si arrostiscono);
– Le MELE COTOGNE, cotte al forno;
– Li CIÒSE (more di gelso);
– Li CIRÀSE (ciliegie).
 

PRIMI PIATTI

– FAE E FOGGHIE (fave e cicoria);
– FAVE SPIZZUTATE;
– RECCHITEDDE CU LI CIME DI RAPE O CU LI PURPIETTE E LI BRACIOLE (orecchiette con cime di rapa o con polpette  e involtini di carne);
– SPOLVERATE CON CACIORICOTTA (formaggio tenero locale);
– FAI E COZZE (fave e cozze);
– FAI RRAPATI (fave sfregiate, deturpate, raggrinzite): fave secche a cui è stato tolto il nasello nero e cotte con la buccia;
– MINESTRONE /fatto con verdure di cui la gente disponeva; solitamente si usava mettere una patata, una zucchina e dei piselli se vi erano. Piatto povero);
– LU CRANONI (granturco, mais, granone);
– SPAGHETTI ALLA MARINARA O CON COZZE RIPIENE;
– LASAGNA RIZZA, detta anche “pasta di San Ciseppu” ( lasagna riccia, usualmente fatta il giorno di San Giuseppe, il 19 marzo), fatta  “cu la muddica ti lu pani”. È conosciuta anche come la pasta dei poveri, perché, ai tempi dei nostri nonni e genitori, il pane grattugiato messo sulla pasta veniva utilizzato al posto del formaggio, che non tutti avevano; oggi alla mollica del pane vengono aggiunti olio, acciughe e peperoncino;
– MARANCIANE CHINE (melanzane ripiene);
– PARMIGIANA DI MARANCIANE (parmigiana di melanzane) o di zucchine;
– ACQUASÀLI (fatta con i semi di pomodoro, olio e sale), che condisce friselline o bruschette. Da non dimenticare di assaggiare le numerose PUDDICHE (focacce), ripiene di verdure e altro;ù
– PUCCE, PANE CUETTO (era un pane indurito che si ammorbidiva con l’acqua calda);
Ricordiamo le colazioni fatte con:
– “INCIGNATURA”, e cioè “nna bbédda fedda ti pani suppàtu cu li pummitòri spilati t’la cròna” (frugale colazione fatta con una fatta di pane inzuppato con i pomodori sfilati dalla corona);
– PANE E CIPODDA (pane e cipolla);
– CIPODDE RACANATE OA A LU FURNU (cipolle gratinate o al forno);
– PASTA SCARFATA (pasta riscaldata).
 
 

Ricetta: la recchia t’la furtuna

Cré rècchjtéddi. La mamma, mai stanca,
lu tavuliére metti sob’la banca.
Tre francate ti farina,
una ti gruéssu,
miénzu ‘nu fuéssu,
acqua quanta basta,
‘nu pizzico ti sale,
ci vué, no’ faci male,
pò ‘na scannatine
e pronta è la pasta
… continua.
Particolarità:un piatto le cui origini si perdono nel tempo, realizzato con i prodotti semplici che la nostra terra produce (come grano, olive, cipolla, basilico). Le orecchiette sono anche di buon augurio a chi trova nel proprio piatto la “recchia t’la furtuna”, un’orecchietta dalla dimensioni più abbondanti delle altre.
Noto anche “ lu maccarrone luengo luengo”, cioè un maccheroncino,sempre fatto in casa, un po’ più lungo degli altri: chi lo trova nel piatto, lava i piatti.
 

SECONDI PIATTI

 – AGNELLO O CONIGLIO con patate al forno;
– COSTOLETTE;
– GNUMMARIÉDDI (involtini di agnello attorcigliati a forma di gomitolo) e SALSICCE ALLA BRACE;
– MARRÉTTU (manicaretto, grosso involtino di coratelle di agnello avvolto da budella) e CAPUZZÉLLA (testina di agnello, cotta al forno);
– PURPIETTE DI OVE (polpette fatte con pane grattugiato, uova e formaggio);
– PATEDDE A LU FURNU (lumaconi al forno condite con sale, olio, limone e pepe);
– LUMACHE (lumachine bollite a bagno maria e poi nel sugo preparato);
– FÉCUTU (il fegato);
– LU CUGGIÒNI (ghiozzo, gabbione, sorta di pesce);
– LI ‘NTRAMI (budella di animali, che vengono pulite, bollite e poi cotte col ragù);
– LI BRACIOLE (involtini ripieni di aglio, prezzemolo, peperoncino e grana o pecorino);

 

CONTORNI 

– PEPERONI AL FORNO;
– DIAVULICCHI FRITTI (sardelline fritte prima nell’olio bollente e poi cotte nel sugo precedentemente preparato con la cipolla). Solitamente vengono “accompagnate” dal pane o dalle fave;
– MARANCIANE A FUNCITIÉDDU (melanzane tagliate e soffritte con olio, aglio e pomodoro);
– FRITTATA;
– LU FASULÌNO (fagiolino, utilizzato come contorno a carni o formaggio o come condimento alla pasta);
– LU FASÙLU (il fagiolo, legume che viene mangiato da solo o con il pane e la pasta);
– VERDURE DI CAMPAGNA, di diverso genere: 
  • li ciòccie una verdura campestre, ottima se cotta con aglio e olio (agghiu manciàtu nna minestra ti ciòcci e cicuredde cu li fae!ho mangiato una minestra di “cioccie” e cicoria con le fave);
  • li zangùni;
  • li crocecchie;
  • la gneta, (la bietola);
  • lu cuécculu ( broccolo, torsolo di rapa, sedano, finocchio);
  • li spruscine;
  • lu cummaràzzu (melone ancora non maturato e deforme);
Da non dimenticare di assaggiare le numerose PUDDICHE (focacce), ripiene di verdure e altro; PUCCE, PANZEROTTI, farciti con mozzarella e pomodoro; li CARTIDDATE (dolci natalizi fatti in casa); li PETT’LE (frittelle salate, che si mangiano nelle vigilie dell’Immacolata e di Natale). Ottimi il pane e i taralli dolci e salati. Tra i vari dolci sono caratteristici quelli con le mandorle, li SANNACCHIUT’LE (dolcetti natalizi, fritti e croccanti, imbevuti nel miele); li PALOMME (pane pasquale, dolce o salato, sagomato in varie forme: agnello, cesta, colomba, con uovo nel mezzo.
Tra le pietanze natalizie vanno ricordati i CAPPONI. L’agnello, invece, è ancora la ghiottoneria pasquale.

Giuseppe Petraroli

Giuseppe Petraroli

Giuseppe Petraroli

LUOGO E DATA DI NASCITA:27 agosto 1874, Grottaglie

PROFESSIONE: sacerdote, predicatore, conferenziere, giornalista, studioso, saggista, musicista, per alcuni anni consigliere comunale e amministratore, per quasi un ventennio arciprete.

VITA: nacque a Grottaglie il 27 agosto 1874 da Francesco, figulo (ceramista) e Mutata D’Abramo, filatrice. Sin da bambino mostrò spiccate propensioni all’arte, alla musica e alla poesia, dotato com’era, per natura, di grande sensibilità.

Scolaro, alle prime classi elementari, era già appassionato di teatro.

A 15 anni scrisse due opere teatrali: “Adala e Renato o I Briganti di Puglia” e “Assaline”, improntati rispettivamente alla poetica e allo stile di Schiller e di Alfieri.

Giuseppe Petraroli compì gli studi ginnasiali e liceali nel seminario diocesano. All’età di ventenni si trasferì a Roma, per gli studi teologici. Dopo appena tre anni, il 13 marzo 1897, venne ordinato sacerdote, nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

Proseguì i suoi studi all’università Gregoriana, ottenendo la laurea in Filosofia e Scienze Fisiche e Matematiche.

Quindi, all’Università di S. Apollinare ottenne la licenza in Diritto canonico e civile.

Compì, anche numerosi viaggi in tutta Europa, che contribuirono positivamente alla sua formazione culturale.

A 26 anni tornò a Grottaglie con un grande bagaglio culturale, ma soprattutto un’attenzione particolare alla realtà socio – politica, che seguiva incessantemente attraverso la stampa. Per un anno insegnò filosofia, storia ecclesiastica e musica nel liceo vescovile di Bitonto, dopo di che intraprese la strada dell’oratoria, più consona al suo carattere, palpitante e desideroso di conoscenze e contatti umani.

Don Giuseppe Petraroli fu eletto consigliere comunale nell’ottobre 1902 e restò in carica fino al 18 giugno 1806; per breve tempo, tra il 1903 e il 1904, fu anche assessore.

Oltre a una preparazione adeguata in materia politica, di Petraroli si coglie una formazione puntuale e costante dei problemi di natura sociale e politica. Alla luce dei moti verificatisi nel 1893 e nel 1898 e dell’incalzare delle idee socialiste, Petraroli propose un ruolo sociale della Chiesa, precorrendo i tempi e le idee che porteranno alla fondazione del Partito Popolare di cui egli stesso sarà poi sostenitore, apparendo, tuttavia, piuttosto legato al social-populismo del movimento guelfo d’azione.

Nel dicembre del 1905 partecipò al concorso per la Parrocchia di Grottaglie e il 4 giugno del 1906, a soli 32 anni, fu nominato arciprete della Insigne Collegiata.

Compito particolarmente arduo è valutare il ruolo che egli sostenne quale capo, per circa un ventennio, della Chiesa di Grottaglie. Nell’agosto del 1919, mons. Orazio Mazzella, , dopo reiterate richieste del Petraroli, dettò un regolamento abbastanza rigido, teso a disciplinare maggiormente il clero, perché adeguasse il servizio spirituale alle istanze dei fedeli. Ma la situazione restò sempre tesa, soprattutto all’interno del clero. In un clima così tormentato, che portò persino alla pronuncia dell’interdetto per la Chiesa di Grottaglie da parte di mons. Gazzella, che cercava in quegli anni di tenere il polso fermo con il clero irrequieto, sorse il contenzioso, certo da molti alimentato, tra lo stesso Petraroli e il presule. Un contrasto che ebbe toni molto duri, e che non si risolse neppure con la rinuncia di Patraroli all’arcipretura il 29 novembre 1921, ma andò avanti ancora per alcuni anni..

Ci furono anche sommovimenti popolari, che culminarono con spari in piazza e con l’arresto di Petraroli, l’11 aprile 1924, che rimase un giorno in carcere. Il tutto si concluse anni dopo con la sottomissione del Petraroli, che nel novembre del 1924 chiese perdono al superiore.

Successivamente si trasferì a Monterosso a Mare, nel cui Istituto Magistrale insegnò lettere, quindi a La Spezia, dove fu insegnante di religione all’Istituto nautico.

Durante la Seconda Guerra Mondiale fu cappellano all’ospedale militare di Taranto.

Dal 1945 al 1950 fu direttore spirituale all’Ospedale sanatoriale dell’Infps di Taranto.

Dai suoi concittadini ricevette una medaglia d’oro di benemerenza.

Si spense il 25 gennaio 1953 in seguito a un attacco cardiaco.

 

FONTI BIOGRAFICHE: “Grottaglie nel tempo”, Rosario Quaranta.

Canti popolari

Immagine di repertorio

Associazione culturale: “Il canzoniere popolare grottagliese”.
 PENZU, RICORDU, CANTU…
Antologia analitica di canti della tradizione popolare grottagliese e jonico-salentina.
Il Canzoniere popolare grottagliese è diretto dal maestro Salvatore Abatematteo. Nasce nel 1988 e ad oggi ha realizzato innumerevoli spettacoli, in particolare concerti del suo vasto repertorio di brani popolari, sia in tournée sia in manifestazioni promosse e/o indette da Enti ed Associazioni pubbliche e private, in ambito locale e nazionale. Il gruppo è composto, tra l’altro, da cantanti e musicisti aventi una già collaudata esperienza nel campo della musica popolare, maturata in decenni di lavoro serio ed approfondito. Salvatore Abatematteo ha curato la trascrizione, gli arrangiamenti e l’armonizzazione vocale- strumentale di tutti i brani del repertorio. Ha compiuto i suoi studi musicali al Conservatorio di Bari: si è diplomato in Canto Artistico e in Canto Didattico seguendo i corsi della professoressa Rosa Pazienza. Ha conseguito i diplomi di “Musica Corale e Direzione di Coro” e di”Composizione”sotto la guida dei maestri A. Renzi, A. Di Martino, R. Gervasio e N. Rota.
Ha seguito poi, ottenendo eccellenti valutazioni, corsi di perfezionamento tenuti da musicisti e insegnanti del calibro di F. Donatoni, C. Berberian, D. Guaccero, R. Maraglino Mori e Mino Bordignon. Insegna Educazione Musicale presso l’Istituto Magistrale Vittorino da Feltre di Taranto, dove tra l’altro, da 25 anni ne dirige il Coro.
Il gruppo nasce nel 1988 con la costituzione della Cooperativa Culturale “Il Canzoniere Popolare Grottagliese”. Il suo primo nucleo è composto da cantanti e musicisti, alcuni dei quali provengono dal “Piccolo Teatro di Grottaglie”, aventi una già collaudata esperienza nel campo della “musica popolare”. Per citare alcune delle esperienze vissute da questi ricordiamo lo spettacolo tenuto in occasione del XV Convegno della Magna Grecia nel 1975 a Taranto; i concerti seguiti nel corso delle edizioni 1977-1978 del “Festival della Valle d’Itria” a Martina Franca (TA); la partecipazione al “Settembre Culturale” di Sesto Fiorentino (FI) nel 1977; il “Palio della Svolta” di Figline val d’Arno (FI) nel 1994, in occasione del quale il gruppo rappresentò la Puglia nella tradizione musicale folcloristica; nel novembre 1996, nel corso di una puntata del programma televisivo di Canale 5 “Paese che vai”, girata a Grottaglie, il Canzoniere fu invitato a rappresentare con alcuni brani la tradizione musicale popolare grottagliese. Sono questi decenni di svariate ed eterogenee esperienze che si fondono sotto la sapiente guida del maestro Salvatore Abatematteo, per far tornare “a nuova vita” una raccolta di canti popolari. La raccolta, che comprende una quarantina di canti, otre che molte poesie, stornelli e “cunti” (racconti di varia natura e dimensione), è frutto della ricerca, durata quasi un’intera vita, del grottagliese Emanuele Esposito, di professione viticultore e ceramista e per passione, grande cultore ed instancabile ricercatore delle tradizioni popolari della nostra terra. Questi decide di mettere la raccolta nelle mani di Salvatore Abatematteo, che conosce dall’adolescenza e del quale apprezza la serietà e l’onestà intellettuale, oltre che le qualità artistiche e professionali nel campo della musica.
Tra i canti della raccolta ricordiamo: “Innu alla Matonna tì lu Carmnu” (Inno alla Madonna del Carmine), “La Notti ti Natali” (La Notte di Natale), “Munachella” (Monachella), “Panarino” (Cestino), “Polici” (La Pulce), “Mieru” (Vino), “Tiscitativi Vagnuni” (Svegliatevi Ragazzi). 
 
 
LA NOTTI TI NATALI                                                          LA NOTTE DI NATALE              
 
Ué la notti ti Natali                                                                     La notte di Natale
È la festa ca cchijù ni vali                                                          è la festa che ha più valore
Ca nascìu nostru Signore                                                           perché nacque nostro Signore
Int’a ‘na povira manciatora                                                        in una povera mangiatoia.
 
Stava ddà n’asiniéddu,                                                               Stava là un asinello,
San Ciséppu lu vécchjriéddu                                                     San Giuseppe il vecchierello 
e pi ‘lu friddu ca facea                                                               e per il freddo che faceva
Maria a lu còri si Lu strincea.                                                    Maria al cuore se lo stringeva.
 
San Ciséppu tinea la fassa,                                                         San Giuseppe manteneva la fascia
la Madonna lu spraniu e Lu ‘nfassa                                           la Madonna il panno e Lo fascia
e no’ tinea ccummitora                                                               e non avendo dove poggiarlo                                                           
e Lu curcò int’ la manciatora.                                                    Lo coricò nelle mangiatoia
 
Iu m’acchjeu a dda via:                                                              Io mi trovai in quel luogo
“Cé Ti tò mamminu mia?                                                           “Che Ti do Bambino mio?
Tegnu ‘nu còri ‘ntrapulatu                                                          Tengo un cuore intrappolato
Tuttu chjnu ti piccatu”.                                                               Tutto pieno di peccati”.
 
Mò ca l’Ancili t’lu ciélu                                                             Ora che gli Angeli del cielo
Ni ticera lu mistéru:                                                                    ci svelano il mistero:
ca sobb’ la terra era natu                                                             sulla terra era nato
lu Fuggju ti Quiru ca nn’ha criatu.                                             il Figlio di Colui che ci ha creati.
 
Mamminiéddu santu e toci                                                         Bambinello Santo e dolce
T’agghju nnuttu quattro nuci                                                      Ti ho portato quattro noci
E ti li cazzi e ti li manci                                                              e le schiacci e le mangi
T’accussi Signurìa no’ chjanci.                                                  così Tu (Signore) non piangi.
 
Mamminiéddu toci e amatu                                                        Bambinello dolce e amato
T’agghiu nnuttu ‘na picciddata                                                   Ti ho portato un pezzo di pane
E ti li manci Signurìa                                                                  e lo mangi, o Signore
Cu Ciséppu e Maria.                                                                   con Giuseppe e Maria
 
Mamminiéddu tré voti Santu                                                      Bambinello tre volte Santo
Figghju a Ddeu e a llu Spiritu Santu,                                          Figlio di Dio e dello Spirito Santo,
Nna grazia Ti cerca lu còri mia                                                  una grazia Ti chiede il cuore mio
Cu Ti ricuerdi a ll’ultima tìa.                                                      che Ti ricordi (di me) nell’ultimo giorno.
 
Mamminiéddu Tu n’è amari                                                      Bambinello Tu ci devi amare
T’li puriéddi no t’n’è scirrai                                                       dei poveri non Ti devi scordare
Ca simu tutti com’a Tia                                                              perché siamo tutti come Te
‘bannunati mienz’a lla via.                                                         abbandonati in mezzo alla strada.
 
 
 
 
MIERU                                                                                      VINO
 
Miéru, miéru, miéru lla lla,                                                         Vino, vino, vino la la
Quist’è llu miéru ca faci cantà                                                    questo è il vino che fa cantare.
 
Quanta bicchieri ti miéru mi bbevu                                            Quanti bicchieri di vino bevo
Tanta pinziéri ti n’capu mi llevu.                                               Tanti pensieri dalla testa mi levo.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Tammi lu srulu e no’ llu bbicchieri,                                           Dammi la brocca e non il bicchiere 
Svaca pinziéri, svaca pinziéri.                                                    Cancella i pensieri, cancella i pensieri.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Nasci e cresci sobb’lu cipponi                                                    Nasce e cresce sul ceppo di vite
T’lu paramiéntu a llu capasoni.                                                  Dal palmento alla giara.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Ci a ggiuvintù mi tava fortezza                                                  Se in gioventù mi dava vigore
Mò ca so vécchju mi tè allecrezza.                                             Ora che sono vecchio mi dà allegria.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
L’òmu ti miéru quanta camina                                                   L’uomo di “vino” quando cammina
‘nca t’la gghjésia vé a lla cantina.                                              Invece che in chiesa va alla cantina.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
Cu’ paisani e cu’ furastieri                                                         Con paesani e forestieri
È méggju lu miéru ti la muggjéri.                                              È meglio il vino della moglie.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
‘nfign’a ca campu cu’ me t’è stai,                                              Finché vivo con me devi stare,
allécr’ allécru tu m’è purtai.                                                       Allegro allegro mi devi accompagnare.
 
Miéru, miéru, miéru lla lla…                                                       Vino, vino, vino la la…
 
 
 
MUNACHELLA                                                     MONACHELLA
La mamma munachella mi vòsi fari                         La mamma monachella mi volle fare
Cumpìti no’l’avea li quindici anni.                           compiuti non avevo quindici anni.
 
La prima nòtti ca turmìu ‘ncunvéntu                        La prima notte che dormii in convento
Venni l’amori mia cu’la catarra.                               venne il mio amore con la chitarra.
 
S’affaccia la patessa t’la finestra:                              S’affaccia la badessa dalla finestra:
“Ci è stu cani can latra qua fori                                 “Chi è questo cane che latra qui fuori?”
 
lassa patessa mea, lassa cantari                                Lascia badessa mia, lascialo cantare
Ch’è lu primu amòri e no’ si pò scurdari.                 Perché è il primo amore e non lo posso dimenticare.
 
Lu còri pozza scuri’a ci munaca mi feci                   Che il cuore di chi mi fece suora si possa spegnere
Comu scurìu la lampada a Santa Chiara                   così come si spense la lampada di Santa Chiara